Antennavino: Mozia – La Porta Nord

Unica nel suo genere – l’Isola di San Pantaleo – antica sede della colonia fenicia denominata Mozia, sorprende per il suo fascino e l’attualità dei secoli passati. Un luogo di testimonianze forti, incastonato tra le due più importanti colture del mediterraneo: la vite e l’ulivo. Nasce in questo mondo in quanto è un mondo a sé – un Vino Bianco da uve Grillo – il frutto di una continuità secolare che non ha mai visto arrestarsi.



Mozia – Mothia – Motya


Dalla maggior parte è conosciuta con il nome di Mozia, anche nota come Mothia e Motya – l’Isola di San Pantaleo, a forma circolare, è situata nello Stagnone di Marsala che ingloba diversi elementi, come l’Isola Grande, detta anche Lunga, la Scuola o la Schola in siculo, e l’Isola di Santa Maria. La laguna è la più vasta della Sicilia e appartiene geograficamente all’Arcipelago delle Egadi. Si caratterizza per le acque basse e le peculiarità naturalistiche e ambientali segnate da un biotipo di inestimabile valore. Attorno al XII secolo a.C., i Fenici, un popolo di mercanti-navigatori abili nel cabotaggio, iniziarono le loro prime esplorazioni, spingendosi in questa parte occidentale del Mediterraneo. Si stabilirono poi alla fine dell’VIII secolo a.C. sull’isola, fondando una florida città di nome Mozia, morfologicamente molto simile a quella di Tiro. Visitando oggi quest’area, oltre a immergersi in un contesto di unicità paesaggistica da inestimabile valore archeologico, ci si rende conto della genialità dei Fenici e della loro scaltrezza nelle azioni, che li spinsero di conseguenza ad occupare una zona protetta dal mare, logisticamente perfetta per l’approdo nonché punto di transito obbligato per le rotte commerciali verso la Spagna, la Sardegna e l’Italia Centrale. Esiste ancora la strada sottomarina costruita dai Fenici nel VI sec. a. C. che collegava Mozia dalla Porta Nord alla costa di Birgi: era lunga circa 1,7 km e larga 7 metri ed è stata percorsa con un carretto a trazione animale per l’ultima volta circa 40 anni fa.


Il vino di Mozia


Le testimonianze legate alla coltivazione della vite sull’isola sono tangibili e confermate durante gli scavi eseguiti in loco, che hanno rilevato una massiccia presenza di vinacce e contenitori utilizzati per la conservazione del vino. I Fenici occidentalizzati hanno colto il valore della coltura della vite e, di conseguenza, si desume il rilievo assegnato alla bevanda enoica integrata nella cultura dei Moziesi già all’epoca della fondazione di una delle più prospere colonie del Mediterraneo. Si arriva all’ottocento, nel periodo della nascita del Vino Marsala, quando gli Inglesi comprendono la potenzialità del territorio, delle uve Grillo e degli affari derivanti da questo fortuito contesto. Nella zona del marsalese, compresa l’isola di San Pantaleo, si piantano le vigne seguendo i criteri specifici, volti a valorizzarne le peculiarità, sia delle uve che del suolo stesso. Le vigne di Mozia iniziano a prendere forma di un alberello, l’unico sistema che protegge i grappoli dalla presenza di incessanti raggi solari, la salsedine e i venti costanti. Tale sistema di allevamento viene rafforzato dalla potatura così detta – alla marsalese – costituita da una coppia di piccoli archi; inoltre, le radici rimangono in superficie, limitando al massimo l’abbisogno di acqua da parte della pianta. La conformazione dei terreni non può che essere di origine marina: fondali ricchi di sabbie sciolte e calcare che determinano una reazione alcalina del suolo (pH 8,2), contrassegnando le caratteristiche organolettiche delle uve. Il territorio dell’isola è totalmente pianeggiante, condizione fortuita in caso di piogge, che consente una capillare distribuzione dell’acqua, vitale nei processi di maturazione della vite. I vigneti isolani a conduzione biologica non sono irrigui e non sono previsti gli annaffiamenti di soccorso.



Tenuta Whitaker e Tasca d’Almerita


Nel 2007 la Fondazione Whitaker e Tasca d’Almerita intraprendono una collaborazione alquanto stimolante che consiste nel recupero e valorizzazione dei vigneti storici di Grillo sull’Isola di San Pantaleo. I viticoltori, di lunga data e tradizione, i conti di Tasca, aderiscono con spontaneità al progetto di recupero e di promozione del vitigno – tutto mare e salsedine – arrivando così al numero di cinque tenute, in grado di offrire un’accattivante portafoglio di vini, di differenti contesti pedo-climatici ovvero dal Mare al Vulcano e la conseguente espressione identificativa di ciascuno di loro. Per la Fondazione Whitaker è una grande opportunità e andrà a valorizzare ulteriormente il lascito dell’antichità fenicia che finora era stato tutelato e promosso attraverso i siti archeologici, compreso il Museo di Mozia, che lo stesso Giuseppe Whitaker aveva curato e perseverato dopo l’acquisizione dell’isola. Parlando della fisionomia del territorio: su 40 ha che costituiscono l’interezza dell’isola, 12,96 ha sono dedicati all’area vitata e 1,6 ha è adibito a oliveto di Biancolilla e Ogliarola. I cinque vigneti di Grillo si armonizzano nella magica atmosfera dal fascino antico, tra le brezze e i tramonti e l’acceso contrasto degli ulivi. I colori, le forme con le sue destinazioni diversificate trovano un naturale equilibrio di ogni cosa e posto; l’utile al dilettevole, la custodia del passato si congiunge alla praticità del presente – alimentandone l’un l’altra. Il posto è vergine in senso lato, privo di qualsiasi contaminazione sia umana che industriale. All’isola, essendo privata, non è concesso l’approdo se non con il servizio dell’imbarcadero per una visita che prevede i diversi percorsi inclusa quella dello straordinario museo ricco di reperti di originale bellezza.

Fonte: Tasca d’Almerita

Il Grillo di Mozia – annata 2023


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Nelle cinque tenute di Tasca la vendemmia dura circa 90 giorni; si inizia proprio dall’isola di Mozia, e per l’annata 2023 era compresa tra il 18 e il 30 agosto. Non essendoci locali di cantina, le uve raccolte all’alba vengono trasportate a Regaleali per essere tempestivamente lavorate. Un altro aspetto legato all’unicità della produzione di questo vino riguarda il trasferimento delle uve che avviene a bordo delle piccole imbarcazioni a fondo piatto, nelle condizioni di relativa frescura mattutina. Si procede con una vinificazione classica con la successiva sosta sulle fecce fini, senza eseguire la fermentazione malolattica. Segue l’imbottigliamento nella primavera successiva alla vendemmia. Il vino così ottenuto, grazie al connubio suolo-ambiente e bassa resa di 54hl per ha, mostra una forza inaudita, sostenuta dai principali fattori che concorrono alla sua realizzazione il sole, le brezze e la salsedine.


Grillo 2023 – degustato il 24 aprile 2024 a Mazara del Vallo presso il mitico ristorante di pesce Trattoria delle Cozze. Di colore bianco, non usuale per la maggior parte dei vini, riconduce immediatamente all’ambiente della sua origine – l’Isola di Mozia – fuoriescono note marine, di scoglio, iodio, pietra bagnata, fiori di tiglio, capperi sotto sale, un ricordo di alloro e salvia – assopiti. Al palato, tuttavia, il vino risulta di semplice fattura e con il sostegno di una solida sapidità diventa vibrante e piacevole. Attendo le ulteriori evoluzioni, convinta del fatto che migliorerà in futuro. Da sottolineare la forte identità insulare che rafforza ulteriormente la sua vocazione all’unicità originale.


Completare il percorso


Il Museo di Giuseppe Whitaker sull’Isola di Mozia è un vero scrigno di testimonianze del passato. Oltre ad essere un luogo abilmente gestito e intelligentemente predisposto, non ha nulla di un posto banale e noioso come alcuni presenti in giro per il mondo. Ogni spazio è sfruttato con efficienza e suscita la curiosità del visitatore, inducendolo a ulteriori approfondimenti – un aspetto molto importante, e qui a Mozia ben riuscito. I reperti sono tantissimi, ogni sala è una sorpresa; gli oggetti sono predisposti armoniosamente, visibili da ogni parte e angolazione, riportando con leggerezza all’alba della loro creazione. C’è molta luce all’interno, d’altronde siamo in mezzo al Mediterraneo; i grappoli hanno compreso questo beneficio esercitato sulle loro bucce, ma prima di loro, lo hanno compreso i popoli che hanno deciso di insediarvisi. L’atmosfera di una calma assopita va di pari passo con la voglia di apprendere e godere della bellezza preservata, attraverso i secoli di vicissitudini che hanno toccato questo luogo. Il momento finale si contrappone a quello dell’inizio, di fronte alla statua di Giovane di Mozia, V sec. a. C., che con il suo fluido e grazioso aspetto delle forme ed espressioni del corpo, potrebbe rappresentare per molti un valido oggetto di studio del genere umano.


Fine

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