In Friuli c’è un vitigno a bacca rossa da lunghi invecchiamenti in grado di regalare un bouquet dai profumi raffinati. Lo Schioppettino – un secolo fa era quasi estinto e, grazie alla lungimiranza di alcune persone, ha avuto il suo degno rinascimento, guadagnandosi ad oggi l’appellativo di vino di nicchia.

Agnes Futa
La filosofia di Paolo
Paolo Rodaro, il vignaiolo di Cividale nei Colli Orientali del Friuli, prosegue nell’impresa di famiglia iniziata nel lontano 1846. Conosciuto per la sua determinazione, è pienamente al servizio della vigna da cui trae il massimo messaggio per il da farsi nelle fasi successive alla vendemmia; la sua idea del vino si può definire radicale. Rodaro non si accoda alle idee degli altri, vuole e ottiene un vino dalle caratteristiche precise ed uniche; l’estremizzazione che già inizia nel campo continua con perseveranza durante la vinificazione delle uve e l’affinamento della massa vinosa. Lo scopo è quello di ricavare la potenza smussata dalla peculiarità dell’annata; i vini che ne conseguono risultano alquanto caratterizzanti – il contrasto tra il tannino, la gentilezza del frutto e la bramata freschezza che sorregge una potente struttura – è la firma indelebile della Paolo Rodaro Winery.
Il metodo
Perciò al bando delle ciance, i rossi di Rodaro sono pieni di vita ed energia, rispecchiano fedelmente il carattere dell’uomo che li crea – vini capaci di permanere nel tempo affinandosi sottilmente. Quasi tutti i vini, ma in modo particolare la Linea Romain, appartengono a uno stile preciso. Le Riserve Romain, esemplari da evoluzione, sono il frutto di un metodo definito Romain – Rodaro che contempla al suo interno una serie di azioni specifiche, di cui la principale è la surmaturazione naturale dei grappoli più preziosi. La materia prima viene posta nelle piccole cassette da 2 kg in fruttaio per un periodo di circa 6 settimane; in quel lasso di tempo, la concentrazione desiderata dei chicchi ricchi di zuccheri e di sostanze polifenoliche apporterà un sostanzioso bagaglio di complessità al futuro vino. Nasce un rosso sui generis, distante per fisionomia da tutti gli altri Schioppettino; un vino che si gioca la carta sulla singolarità dell’idea che sta alla base del suo concepimento.

La verticale
Le bottiglie sono state aperte a Roma il giorno 22 dicembre c.a. delle seguenti annate: 2009 – 2006 – 2005. All’apertura presentavano i profili nettamente distinti, con il passare del tempo codeste differenze diventavano sempre più blande; i vini si equiparavano vicendevolmente. Da principio ho apprezzato la 2005 per la sua equilibrata distensione, il profumo integrato e l’armonia finale; tuttavia la stessa qualità è risultata superiore rispetto agli altri due. Il 2006, appena dopo la 2005, aveva caratteristiche simili ma con il risultato finale leggermente diverso, probabilmente dovuto alla maturazione del frutto non del tutto compiuta; il leggero défaillance lo rende intrigante nell’insieme. Il distacco della 2009, per ragioni temporali, nonché quello dell’annata, lo rendono un vino dell’attesa, un’attesa piacevole e piena di propositi, ancora in divenire ma con un profilo già plasmato; sarà un vino dal passo lungo e dall’ampio respiro.
Tutte e tre hanno in comune l’impronta del registro olfattivo unificante; qui possiamo parlare dell’insieme odoroso e non dei singoli riconoscimenti, pur sviscerando il vino in dettaglio. Emerge la complessità composta da una miriade di elementi coesi e fermamente concatenati tra di loro. Lo trovo un segno di grande maestria; posso immaginare che tale effetto scaturisca dall’iniziale idea di Paolo; parlare di un’opera nell’insieme corrisponde alla buona riuscita della stessa. Parliamo di un impatto caldo di sensazioni profonde, all’interno delle quali ribes nero maturo e mirtilli selvatici occupano un posto di predominanza, mentre caffè d’orzo e grani di caffè verdi proiettano nella fase di apertura maggiore. Il vino è fluttuante anche al gusto; al palato è pieno, deciso e terribilmente presente, mette a dura prova il sostegno acido, che in ogni caso riesce a sorreggere l’imponente struttura. Gli aromi si evolvono con il passare delle ore e dei giorni; dopo tre giorni dall’apertura, quello più equilibrato risulta essere il 2006, mentre il 2009 si fa largo con una sfilza di profumi sempre più numerosi e, come da principio, coesi. Il contatto con l’aria rende i vini più sottili e leggibili; peccato che una pratica del genere non venga applicata di consueto; emergono le note sempre più complesse riconducibili ai profumi terziari – le spezie scure in primis – anice stellato e chiodi di garofano, come qualcosa di più pungente: mescolanza di pepi, cardamomo nero e, infine, gradevolissima cornice salmastra con ricordi di iodio e grafite.
Per chi sa aspettare
A conti fatti, le annate degustate con 19, 18 e 15 anni alle spalle non hanno dimostrato un’ombra di cedimento; sono accomunati dalla stessa idea originaria che si traduce in una struttura potente e in un bagaglio olfattivo variegato e ben coeso. Questi vini non fanno sconti a nessuno e interpretano un vitigno che possiamo definire minore e da preservare: lo Schioppettino. A prescindere dalle preferenze di ognuno di noi, lo stile di Paolo Rodaro è uno stile unico, vista la sua deontologia; risulta impegnativo sia dal punto di vista della realizzazione che della degustazione stessa. Non è un vino per tutti, ma di sicuro per molti, se capito a dovere.
Fine
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