Barolo, Barbaresco, Boca, Bramaterra, Gattinara, Valtellina: nomi dei vini, dei territori e delle denominazioni che solitamente conosciamo, accomunati dallo stesso vitigno genitore da cui nascono i vini sempre più amati. Negli ultimi anni è sempre più in voga; il re delle Langhe, dal portamento regale e naso aristocratico – il Nebbiolo – che in Piemonte vede la sua casa principale, unica e imprescindibile per esprimersi al meglio. Ma oggi non ci sono solo i nomi blasonati, il Nebbiolo si fa portavoce per i territori minori e le denominazioni piccole, al di fuori della zona classica, con il nome di Chiavennasca in Lombardia e di Spanna in Alto Piemonte.
IL Nebbiolo
Nebbiolo è un vitigno tardivo a maturazione lenta; viene raccolto nell’ultima decade di ottobre e all’inizio del mese di novembre, talvolta la vendemmia si protrae fino a quando iniziano le prime gelate. È la prima vite a germogliare e l’ultima a lasciare cadere le proprie foglie; i grappoli di colore violaceo scuro sono coperti da un’abbondante pruina, da cui scaturisce l’etimologia del suo nome, facendolo sembrare ricoperto appunto dalla nebbia. La seconda ipotesi riconduce al clima delle Langhe, visto che la maturazione tardiva del Nebbiolo coincide con il fenomeno atmosferico della comparsa delle nebbie, che durante i mesi autunnali si posano delicatamente sulle vigne creando un’atmosfera quasi eterea. Vede la sua comparizione nel XIII secolo con il nome Nibiol nei pressi di Rivoli vicino a Torino, ne parla successivamente nel Seicento Giovanni Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia nonché proprietario di una vigna sulle colline torinesi, lodando le caratteristiche delle uve nere enumerate, di cui è vitigno il Nebbiolo, che con il suo profilo aromatico complesso si presta bene a maturazioni prolungate in botti di legno. Bisogna aspettare l’Ottocento per riabilitarlo definitivamente al rango di elevata qualità; dal marchese Leopoldo Incisa della Rochetta agli ampelografi Giuseppe dei Conti Rovasenda che nel suo saggio di Ampelografia Universale ne descrive meticolosamente le peculiarità, come nell’opera comune di P.P. Demaria e C. Leardi, si sottolinea sovente che è <il miglior vino rosso che abbia l’Italia e che, bene preparato e conservato, può fare concorrenza ai vini di Bordeaux e di Borgogna>, spingendo molti viticoltori a rivalutare la coltivazione di questo straordinario vitigno. Un valido lavoro di classificazione delle viti si deve al mantovano Giuseppe Acerbi che nel “Delle Viti Italiane” dà una precisa testimonianza in materia, elogiando la tipicità e la versatilità del Nebbiolo. Sebbene le principali aree di coltivazione ricadano tra Barolo e Barbaresco, è possibile trovarlo in zone diverse, indicato con nomi diversi; il più conosciuto è Spanna, collocato nelle provincie piemontesi più settentrionali, e Chiavennasca della Valtellina. Oltre a queste regioni, possiamo trovarlo inoltre in Valle d’Aosta, Franciacorta, Oltrepò Pavese; combinato o in purezza nelle seguenti Doc – Boca, Bramaterra, Fara, Carema, Ghemme, Lessona, Roreo, Sizzano e nelle versioni Nebbiolo come quello di Alba, ognuna con il suo distintivo bouquet e il suo carattere unico, contribuendo così alla straordinaria ricchezza della viticoltura italiana.

Nebbiolo un vitigno dei giovani
Sono sempre più numerosi a cercarlo e volerlo conoscere attraverso gli incontri e le degustazioni mirate. Gli anni delle etichette blasonate, relegate principalmente alle occasioni più importanti, sono finiti; oggi si cerca il Nebbiolo: Barolo, Barbaresco, Carema o Sforzato sia. Un’interessante iniziativa ideata da Marco Cum rimane una valida alternativa di approfondimento per il nobile vitigno; l’evento Nebbiolo nel Cuore è arrivato all’XI edizione e finora rappresenta l’unica rassegna a tema organizzata nella Capitale.

Note di degustazione di alcune espressioni del Nebbiolo
Azienda Gianatti Giorgio
Sassina Grumello 2017 – Nebbiolo (Chiavennasca)
Gianatti Giorgio produce vino in Valtellina dal 1983, quando prese in mano le vigne condotte finora da suo padre. I vigneti (2 ha) si trovano nella sottozona Grumello e sono condotti in regime di lotta integrata. Giorgio produce una manciata di etichette, di cui il Sassina rappresenta un vero e proprio Cru. Sassina è il toponimo di questa area storica, sotto i resti del Castel Grumello, dove sono nati i vini di Valtellina. Come in tutta l’area, le viti sono posizionate sui terreni fortemente scoscesi; per questa ragione la viticoltura locale viene definita eroica di montagna. Il vino che ne deriva è il riflesso fedele dell’ambiente pedoclimatico: colore rosso sui toni aranciati scarico, un palato armonico di fiori appassiti e frutta matura, melograno e susine a primeggiare. Ottimo il finale di bocca, lungo e persistente; tuttavia tradisce l’età giovane invitando a un’ulteriore evoluzione, segno indelebile della sua predisposizione all’invecchiamento.
Boca 2015 – Nebbiolo (Spanna) 70 – 90% Vespolina e Uva rara 30 -10%
Sergio e Silvia Barbaglia, padre e figlia, rispettivamente conducono un’azienda di 4 ha in provincia di Novara, ai piedi del Monte Rosa. Appartengono territorialmente all’Alto Piemonte; qui, da sempre, le vigne facevano parte del paesaggio, e per quanto concerne la Doc Boca (1969), rispetto a qualche decennio fa, i filari stanno diminuendo. Ma ancora c’è chi ci crede, come i Barbaglia, che producono una decina di vini, di cui un interessante Metodo Classico e il ricercatissimo Vino Chinato. La zona, di alto valore storico e dotata di suoli peculiari di diversificata natura, proviene dai fiumi, dai ghiacciai, dal mare o dai vulcani; l’incredibile mosaico di sostanze nutritive apporta il necessario nella fase evolutiva del vino. Il Boca 2015, un rosso elegante e fine, dotato di una solida struttura e freschezza, si distribuisce nel calice sotto forma di finissimi archetti, invitando a un sorso successivo. Un’espressione di Spanna, alquanto diversa dall’interpretazione langarola, più sottile, pronta prima da bere, ma soprattutto da rivalutare per la sua bontà intrinseca.
Azienda Le Strie
Sforzato di Valtellina 2017 – Nebbiolo (Chiavennasca) 100%
In questa piccola azienda di 2 ha, avviata nel 2003, è iniziata un’avventura enologica che ha portato alla produzione di cinque etichette per un totale di 10 mila bottiglie. La storia dell’azienda, Le Strie, è frutto dell’unione di due coppie che hanno lavorato insieme per creare vini autentici nella viticoltura valtellinese. Con modernizzazioni e pratiche tradizionali, il lavoro ha iniziato a dare risultati, producendo vini longevi che riflettono il loro terroir. L’attesa necessaria per avere vini pronti richiede sacrificio; ad esempio, lo Sforzato 2017 è stato affinato in legno per 2 anni e ha riposato in bottiglia per altri 4. Questo vino, ottenuto da uve che appassiscono naturalmente per 2 mesi e macerano per 20 giorni, offre una grande struttura senza sacrificare la facilità di beva. Tutti i processi sono eseguiti a mano, e la produzione limitata permette un controllo maggiore, contribuendo a elevare la qualità di questi straordinari vini da viticoltura eroica.
Azienda Mascarello Giuseppe e Figlio
Barolo Monprivato 2017 – Nebbiolo varietà Michét 30%,Nebbiolo varietà Lampia 45%, Nebbiolo varietà Rosé 25%
Barolo Monprivato conquista facilmente i cuori e i palati, anche di chi ha meno esperienza; molti pensano ancora che un Barolo sia solo per occasioni speciali. Questo vino, da gustare con calma, presenta diverse caratteristiche grazie alle varietà di Nebbiolo: Michèt e Lampia offrono colore, struttura e giovinezza, mentre Rosé aggiunge profumi delicati ed eleganza. Monprivato può produrre circa 41.000 bottiglie, ma la produzione reale varia tra 14.000 e 24.000 a causa di fattori come il clima e la potatura delle viti. Il Nebbiolo esprime il meglio quando cresce in terreni adatti, dando vita a un Barolo ricco di sapori e profumi. Monprivato, grazie al terreno calcareo, risulta essere un vino elegante, con profumi intensi, tannini vellutati e buona complessità. La sua capacità di invecchiamento può toccare mezzo secolo e più.
*Giovanni Battista Croce
Della Eccellenza e diversità dei vini che sulla montagna di Torino si fanno
Riedizione dell’opera del 1606
Fine





















