Nel 2026 parliamo ancora di “orange wine”? L’assolutismo che svuota il vino contemporaneo


Tra narrazione e storia, una tecnica non può diventare identità: l’anfora non è un assoluto, ma uno strumento

Pithos nel mondo greco: testimonianza della vinificazione in terracotta diffusa nel Mediterraneo antico, ben oltre ogni narrazione contemporanea

Nel 2026 siamo ancora qui a parlare di orange wine come se fosse una categoria fondativa del vino contemporaneo, come se una tecnica potesse assurgere a criterio assoluto di qualità, autenticità e verità. Il termine stesso, rilanciato anche da Leonardo Romanelli su la Repubblica, spesso raccontato come una “rivoluzione” destinata a restare, rivela già una distanza: è una definizione linguistica di comodo, non una categoria storica italiana. Riduce un insieme complesso di pratiche a una formula esportabile, funzionale al mercato più che alla comprensione. In Italia la macerazione sulle bucce nei bianchi non rappresenta una linea continua e identitaria; è una pratica riemersa in epoca recente, nel contesto del cosiddetto rinascimento del vino italiano, e deve molto all’azione di Josko Gravner, che ne ha operato una reinterpretazione radicale. Ma una reinterpretazione non è un’origine, e trasformarla in mito fondativo produce una distorsione: si passa da un gesto tecnico a un sistema di valori assolutizzato, dove anfora diventa sinonimo di autenticità, Georgia di origine esclusiva, orange wine di qualità superiore. È una costruzione narrativa, non un dato storico.

Prima di questa narrazione, esiste una storia più ampia e documentata: nel bacino mediterraneo, già nel II millennio a.C., erano diffusi i pithoi, grandi contenitori di terracotta spesso interrati, utilizzati per la fermentazione e la conservazione del vino. La loro porosità consentiva una naturale micro-ossigenazione, mentre l’interramento garantiva stabilità termica; esistevano forme diverse per usi differenti, dalla vinificazione al trasporto. A Creta, come in altre aree del mondo greco, questi sistemi erano parte di una cultura materiale articolata. Ciò non nega il ruolo della Georgia nella continuità storica dell’uso dei qvevri, ma rende improprio ogni tentativo di attribuire un’esclusiva simbolica o qualitativa. La terracotta è una tecnologia plurale, non una bandiera.

Il punto critico non è l’uso dell’anfora né la macerazione in sé, ma l’assolutismo tecnico che si è costruito attorno a queste pratiche. Quando una tecnica viene presentata come migliorativa per definizione, si compie una semplificazione che svuota il contenuto. Il vino non migliora per il materiale in cui fermenta, ma per la coerenza tra scelte produttive, territorio e cultura. Allo stesso modo, l’opposizione tra “naturale” e “convenzionale”, spesso evocata senza precisione, diventa un dispositivo retorico che confonde più di quanto chiarisca, finendo per associare qualità e moralità a categorie non definite. In questo quadro, il linguaggio sostituisce l’analisi e la tecnica sostituisce il pensiero.

Quando la produzione si orienta prevalentemente verso mercati esterni, senza radicarsi in un uso locale, si apre un gap antropologico. Il vino smette di essere espressione di un contesto e diventa un linguaggio costruito per essere compreso altrove. In questa dinamica, il territorio non è più il punto di partenza, ma un elemento accessorio, mentre il senso originario del vino — quello che lo lega a una cultura, a una tavola, a una consuetudine — si indebolisce fino a diventare secondario.

In questo contesto, continuare a parlare di orange wine come categoria centrale del vino contemporaneo rischia di alimentare una lettura parziale. Non è in discussione la legittimità delle tecniche, ma la loro elevazione a paradigma. La storia del vino non procede per assoluti, e ogni tentativo di semplificazione estrema riduce la complessità che lo caratterizza. Il vino contemporaneo non ha bisogno di nuove ortodossie, ma di strumenti critici capaci di distinguere tra pratica, narrazione e identità. Tornare a questa distinzione non significa prendere posizione contro qualcosa, ma restituire al vino la sua dimensione propria: quella di un prodotto che esprime un equilibrio tra sapere tecnico, contesto culturale e uso reale.

Il vino non migliora perché cambia contenitore. Migliora quando ritrova il suo senso.


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