A piede franco, il respiro lungo della vigna cretese

Le vigne a piede franco non sono un’eredità del passato, sono una responsabilità del presente.

Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e pendii assolati, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente, tempo e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa per Antenna-Vino

A Creta ci si abitua presto a incontrare vigne a piede franco. È una di quelle abitudini che non smettono mai di stupire.

Per chi studia il vino e i territori rappresentano molto più di una curiosità botanica: sono un patrimonio genetico ancora vivo, un legame diretto con la storia della viticoltura mediterranea.

Con il tempo, la loro presenza è diventata per me una sorta di conforto mentale. Sapere che esistono ancora luoghi dove questo patrimonio continua a essere custodito mi restituisce fiducia. Non tanto nel vino, quanto nelle persone che hanno scelto di non interrompere un dialogo iniziato secoli fa tra la vite e il territorio.

È da questa convinzione che continua il mio viaggio.

Dopo aver esplorato la parte orientale di Creta, nei pressi di Toplou, e aver proseguito la mia ricerca tra Lanzarote e Fuerteventura, torno ancora una volta su quest’isola. Questa volta nella parte sud-occidentale, nel distretto di Rethymno, a Kali Sykia, sulle pendici del monte Kryoneritis, naturale prosecuzione dei Lefka Ori.

La visita alla famiglia Zoumberakis rappresenta una nuova tappa di questo percorso. Un anno fa avevo incontrato un’altra interpretazione della viticoltura cretese, quella della famiglia Dourakis. Due realtà differenti, accomunate però dalla stessa appartenenza a un ambiente che continua a guidare il lavoro dell’uomo.

Ed è proprio qui che Creta mi restituisce ancora una volta la sua immagine più autentica.

La vite compare, scompare e poi riappare.

Non disegna il paesaggio. Lo accompagna.

Compare lungo un pendio, si nasconde dietro un uliveto, riemerge accanto agli alberi da frutto e alla macchia mediterranea. Qui la biodiversità non è stata progettata. È cresciuta nel tempo, seguendo un equilibrio che oggi appare quasi straordinario.

Arrivare ai vigneti della famiglia Zoumberakis significa attraversare piccoli villaggi e lasciare lentamente la strada principale. Le vigne si arrampicano tra i seicento e gli ottocento metri di altitudine, rivolte verso il Mare Libico, dove il caldo del sud mette ogni anno la vite alla prova. Eppure proprio qui continua a trovare il proprio equilibrio, quasi aggrappandosi alle colline con una naturalezza sorprendente.

Abbiamo trascorso molto tempo tra i filari. Più che parlare di vino, Maria mi ha raccontato la terra. I sentieri percorsi da bambina, la vendemmia, le stagioni, il lavoro quotidiano. Mentre camminavamo avevo l’impressione che conoscesse ogni pietra di quella collina. È in momenti come questi che si comprende come una cantina non inizi in un edificio, ma molto prima, nel rapporto quotidiano con il proprio ambiente.

Il vigneto che più mi ha emozionato custodisce vecchie piante di Liatiko che superano i novant’anni. Nessuna geometria imposta dall’uomo. Solo una vite che sembra aver trovato, tra le rocce e le forti pendenze, la propria dimora. Guardandola ho ripensato ai vecchi vigneti dell’Etna e, in particolare, a quelli di Ciro Biondi. Non per una somiglianza perfetta, ma per quella stessa sensazione di trovarsi davanti a un paesaggio che ha imparato a convivere con il tempo.

Qui è ancora la natura a dettare il ritmo. L’olivo sembra voler occupare ogni spazio disponibile, mentre la vite continua ostinatamente a ritagliarsi il proprio. Non è una competizione, ma un equilibrio antico che esisteva molto prima dell’uomo e che continua a ricordargli quale sia il suo ruolo: non dominare il paesaggio, ma interpretarlo con rispetto.

I vini della famiglia Zoumberakis meritano un approfondimento a parte e saranno il tema di un prossimo racconto. Questa volta ho preferito fermarmi prima del bicchiere. Avevo bisogno di osservare il luogo da cui tutto nasce. Avevo bisogno di osservare il luogo da cui tutto nasce. Di camminare tra le vigne, ascoltare il silenzio di queste colline, comprendere perché proprio qui la vite continui a trovare la sua dimora. Di osservare gli ulivi, le pietre, il vento che risale dal Mare Libico e quella vegetazione spontanea che sembra ricordare, ogni giorno, all’uomo quale sia il suo posto.

A Creta ho avuto spesso l’impressione che sia ancora la natura a dettare il ritmo. La vite compare, scompare e poi riappare. L’olivo sembra voler occupare ogni spazio disponibile, mentre la vite continua ostinatamente a ritagliarsi il proprio. È un equilibrio che non appartiene all’uomo. L’uomo può soltanto comprenderlo, custodirlo e, quando ne è capace, trasmetterlo.


Il viaggio continuerà.

Mi porterà a Santorini, in altri territori del Mediterraneo e, ne sono certa, ancora a Creta. Perché Creta, ormai, è quasi casa mia. È uno di quei luoghi nei quali torno non per cercare conferme, ma per continuare a imparare.

Continuerò a osservare questi paesaggi con la stessa curiosità, cercando di raccontare non soltanto il vino, ma tutto ciò che gli permette di esistere: l’ambiente, le piante, il tempo e le persone che hanno scelto di custodirli.

Perché, in fondo, il protagonista di questo viaggio non è l’uomo.

È la natura, che continua a insegnarci quanto sia prezioso l’equilibrio tra ciò che riceviamo e ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi.

Le vigne a piede franco non sono un’eredità del passato.

Sono una responsabilità del presente.


Radici continuerà a Creta, a Santorini e in altri territori del Mediterraneo, documentando le vigne a piede franco e le comunità che le custodiscono.

È un progetto di ricerca indipendente, costruito sul campo, passo dopo passo.

Se riconosci valore in questo lavoro, puoi contribuire a renderne possibile la continuità.


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Radici – Viaggio tra le vigne sopravvissute del Mediterraneo

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