PUBBLICATO 29 – 03 -2025
VIAGGIO IN THAILANDIA
Aria mite e calda con un sole carezzevole e talvolta scottante, colori vivaci dalle sfumature calde, ricchi di energia palpitante, una cucina alquanto variegata di frutta, verdure, noodles, riso e tè. La Thailandia è un caleidoscopio di varietà multiple dove il sorriso, l’ospitalità, la conoscenza e la spiritualità portano a un comune denominatore: vivere felici e sereni. Un paese lungo 1.860 km e assottigliato a sud nella sua forma peninsulare con più di 3.200 km di coste e circa 1.430 isole, è il più dinamico in termini di turismo di tutta la Penisola Indocinese. Si preserva stoicamente imperturbabile attraverso i secoli, pronto ad accogliere e condividere con entusiasmo lo spirito di un popolo abituato da sempre a trovare una strada maestra per il rispetto di tutti e di sé stesso.
Entrare nel viaggio pienamente con la mente e lo spirito significa accettare le tradizioni e il mondo di essere con le sue secolari abitudini del determinato luogo; la regola vale per tutti i paesi del mondo. Il carattere dei thailandesi, piuttosto mansueto e privo di qualsiasi segno di arrabbiatura o di irritazione, conferma la regola di come l’ambiente circostante eserciti l’influenza sugli esseri umani. In una nazione come la Thailandia, dove il sorriso è stampato sui volti della gente dalla mattina alla sera e la riservatezza in tutto rappresenta un modus operandi della vita quotidiana, anche il visitatore coglierà un clima di rilassatezza onnipresente con la naturale profusione del benessere fisico e mentale. Gli abitanti si distinguono in base alla loro posizione geografica; è naturale, considerando che dalla famosa per i suoi templi Chiang Mai alla vitale ed energica Bangkok ci sono 700 km di distanza. Le cose si accentuano ancora di più nelle isole, dove la gente effettivamente vive secondo le regole della natura circostante, quasi totalmente estranea al rush della vita moderna.
Una cosa è certa, il fil rouge dei thai, come venivano chiamati anticamente, è la vita tranquilla, dedita al lavoro e alla famiglia, con la conseguente apertura verso gli altri; il loro modo pacifico e benevolo viene qualche volta scambiato con i secondini fini. Un esempio emblematico riguarda il diffusissimo massaggio thailandese, conosciuto in tutto il mondo. Purtroppo, l’ignoranza spesso pregiudica le cose e può portare a un serio offuscamento della realtà; ho sentito più delle volte da parte dei maschi occidentali che il massaggio venga effettuato ai fini sessuali.
La pratica del massaggio thailandese è molto antica e ad oggi la sua massima espressione si può sperimentare presso il Wat Poh di Bangkok; tuttavia ne esistono, in base alle regioni e alle zone, interpretazioni differenti. Quella tradizionale, così detta thai, viene effettuata con addosso delle tute dedicate senza l’utilizzo degli unguenti. Se fatto correttamente, può diventare alquanto doloroso, in quanto la persona è brava a individuare i punti dolorosi del corpo, così detti trigger point, insistendo con forza e convinzione, finché il fastidio non si plachi. Vedo molto difficile, in quella situazione di evidente sofferenza, pur salutare, virare verso non so che pratiche sessuali; ho fatto decine di massaggi diversi con persone diverse, sia femmine che maschi, e posso affermare che tale pratica, che a mio avviso per i suoi benefici dovrebbe essere esercitata in tutto il mondo (in Thailandia è riconosciuta dal sistema sanitario nazionale), si discosta ampiamente dalle stolte dichiarazioni, prive di un fondamento di verità.
Il benessere fisico in Thailandia si deve anche alla sua cucina leggera ed estremamente variegata, di cui la base poggia prevalentemente sulla frutta e verdura. Al posto del classico pane si consuma riso, mentre al posto del vino si bevono ottimi frullati di frutta fresca e matura, tè e acqua; questo per tradizione. Chi volesse continuare con le proprie abitudini, troverà birra locale e vino importato. Il segreto delle preparazioni culinarie risiede nella loro repentina preparazione: a parte alcuni dei piatti dalle cotture più impegnative, la maggior parte delle pietanze nasce nel giro di pochi minuti. Anche la quantità del cibo è minore; è sufficiente un piatto variegato che al suo interno contempli riso o pasta con verdure, frutti di mare, spezie e frutti tropicali per saziare a livello fisico-sensoriale qualsiasi persona. La cucina thai è appagante, creativa, veloce e ben digeribile; la ricchezza dei sapori e aromi la rende una delle più richieste al mondo. Ho imparato a gestire con poche quantità di materie prime la preparazione dei piatti dopo il mio rientro a Roma, con la conseguente diminuzione delle quantità. Ho notato un forte riconoscimento da parte dei thailandesi per le cose più piccole e in apparenza insignificanti, verso il cibo, le persone, il denaro e la vita in sé.
Questo stato di cose mi ha portato a una consapevolezza diversa: il corpo e l’anima hanno trovato una dimensione nuova, più profonda e ancora in gran parte da esplorare. Dopo diversi anni, per la prima volta nella mia vita ho tolto il vino dalla mia dieta, scoprendo le nuove associazioni di gusto e le percezioni sensoriali. Non aveva senso andare alla ricerca di bottiglie anonime e piuttosto costose, che tra l’altro non facevano rima con tutto il resto. Il palato ha avuto il tempo di resettarsi, il fisico di purificarsi come tutto l’organismo. Degustare un bicchiere di Amarone sul volo di ritorno è stata un’esperienza curiosa, appagante e molto gratificante, segnata da un’esperienza nuova e propositiva. L’apprezzamento del gusto puro e il palato rinato mi hanno predisposto nei migliori dei mondi alla degustazione di Michele Chiarlo che si stava avvicinando al mio rientro. Dopo due giorni dal mio arrivo avrei presieduto a una delle più interessanti degustazioni sul Piemonte: i tre cru della cantina Michele Chiarlo, che dal 1956 vinifica le uve coltivando ad oggi niente di meno che 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi.

Bellissima degustazione, organizzata dalla Fondazione Italiana Sommelier di Roma, in presenza di Stefano Chiarlo, l’attuale condottiero dell’azienda assieme al fratello Alberto, che dopo una recente scomparsa del padre Michele nel novembre 2023, portano insieme avanti un imponente lavoro intrapreso nel passato dal suo fondatore. Un lascito importante di sapienza e cultura che Michele, grazie al suo operato, ha inciso sulla storia del vino piemontese. Diverse scelte, nella maggior parte indovinate, hanno portato questa realtà vinicola nelle classifiche dei vini più blasonati a livello mondiale. La qualità indiscussa dei loro vini, dopo tanti anni di sfide e miglioramenti, risulta essere inespugnabile e, purtroppo, non a tutti sarà dato conoscere il loro gusto, sia per il numero esiguo delle bottiglie sia per il range di prezzo, non di certo economicissimo.
In ogni caso, la cultura del vino ha lo scopo di sensibilizzare le persone nella loro conoscenza attraverso le valide iniziative come questa, e rende di fatto reale un incontro tête-à-tête con il vino. Attraverso un racconto dettagliato di Stefano, che grazie al suo innato pragmatismo ha illustrato i punti salienti che hanno portato i vini nella gotha, il percorso gustativo si è rivelato alquanto propedeutico. E sì, con i piemontesi bisogna farci l’abitudine, avendo tanta roba tra le mani, oltre alle uve, i terreni rappresentati dai singoli cru che si traducono nelle particelle particolarmente vocate per la produzione di quel determinato vitigno. Se vogliamo approfondire un tantino sulle caratteristiche di alcuni, il Cerequio, come lo definiva l’ampelografo Lorenzo Fantini, si trova in una posizione sceltissima, da sempre dedito alla coltivazione di nebbiolo da Barolo. Posizionato tra La Morra e Barolo, è un anfiteatro di vigne protette dal vento, risiede sui suoli di origine tortoniana, ricchi di microelementi come magnesio e manganese, che apportano ai vini qui nati: struttura, finezza ed eleganza; i Chiarlo ne detengono ben 9 ettari, di cui un appezzamento del 1972 destinato alla produzione della Riserva. Lo specchio del vino è l’annata che, nel caso di Cerequio, ha influito molto, dimostrando ahimè come la 2011 possa tranquillamente rivaleggiare con la 2020, molto più giovane e di larghe vedute anche essa. Rimane tuttavia un legame inscindibile con il territorio, e questo vale per tutti e tre i vini; una volta individuati i tratti distintivi che concorrono nelle singole parcelle, la riconducibilità alle stesse è assicurata.
Curioso è il caso della Barbera Nizza che si propone come un vino sui generis con una spiccata personalità oramai relegata al suo nome La Court. In azienda ne producono altre tre tipologie, ognuna con il suo carattere distinto a rilasciare le libere interpretazioni ai degustatori del vitigno più coltivato in Piemonte – la barbera. La Tenuta La Court, di 20 ettari, acquisita nel 1995 dai Chiarlo, di cui il vigneto più vecchio risale al 1976, è destinata interamente alla barbera che, nella denominazione Nizza in vigore dal 2014, vede la sua massima espressione qualitativa con ottimi prognostici sulla longevità. Il sapore di un vino completo, pieno e avvolgente si deve in parte alla favorevole posizione territoriale, con le esposizioni a sud e sud-ovest di una terra preziosa conosciuta con il nome delle sabbie astiane, costituite da marne argilloso-calcaree di origine sedimentaria marina. Un suolo così composto conferisce gli elementi di valore per il futuro vino; complice è la parte enologica di accorta maestria nella gestione e scelta dei legni utilizzati già nella fase della vinificazione, nonché nell’epoca della vendemmia – una data particolarmente sensibile negli ultimi anni a causa dell’aumento delle temperature globali.
Completa l’incontro il Barbaresco Asili, un’altra roccaforte della rosa produttiva aziendale; il cru dispiegato sui quattro comuni delle Langhe – Alba, Barbaresco, Neive e Treiso regala una vista a 360°, facendo parte dell’intera borgata. Prodotto per la prima volta nel 1967, Asili continua a scrivere una storia concreta e difficile da dimenticare. I Chiarlo ne possiedono 1 ha del prezioso vigneto esposto a sud-ovest, con suoli caratterizzati da marne calcaree, ricchi di microelementi, principalmente di calcio e magnesio; il risultato, strepitoso sui vini, è di ineguagliabile fascino e finezza. Le annate proposte si contendono per la loro bontà intrinseca, complice, come di consueto, l’annata a conferire quel tocco di originale unicità; trattandosi di qualità eccelsa, ogni piccolo storpiamento, nel caso ci fosse, non comprometterebbe il risultato finale di una grande beva.
Un gusto nuovo dopo una pausa
Senza un’ombra di dubbio, posso affermare che il palato, quando è troppo stanco e invaso da ripetuti assaggi, non è in grado di recepire e apprezzare il gusto di alcuna materia, specialmente il vino.
Una pausa, come lo è stata nel mio caso durante il viaggio in Thailandia di durata di trenta giorni, mi ha dato l’opportunità di far riposare i sensi, accentuando nello stesso tempo la sensibilità verso tutti gli altri alimenti. Ripetuti assaggi, in parte dovuti alla causa professionale e in parte al piacere di bere un buon calice di vino, inevitabilmente diminuiscono a lungo andare l’autentica percezione degli stessi. Inoltre, l’alcol è un ingrediente impegnativo e può essere considerato di disturbo per l’organismo umano; facente parte della struttura del vino stesso, dobbiamo assumerlo. Quindi, a mio avviso, sarebbe utile diminuire semplicemente le quantità per una vita più salutare e consumare il vino con moderazione.
Approcciarsi a una degustazione dopo una tale pausa, con i sensi acuti, riposati e vogliosi di vivere un’altra esperienza, è la pratica da attuare periodicamente; posso assicurarvi che il gusto e i profumi del vino sono un’altra cosa, più preziosa e più gratificante.
Agnes Futa




