PUBBLICATO 3 febbraio 2026

Costa degli Dei

COSTA DEGLI DEI: QUANDO UN TERRITORIO NASCE DAL VUOTO

La qualità dei vini di questo lato della Calabria, affacciato sul Tirreno tra Pizzo e Nicotera, oggi si alza visibilmente. Non perché esista una tradizione enologica codificata, ma proprio perché non è mai esistita davvero. Qui c’era l’uva, non la cantina. C’era l’agricoltura domestica, non una storia di vinificazione. E in questa mancanza, oggi, si gioca una partita interessante.

La nascita dell’Associazione Viticoltori Vibonesi – con l’obiettivo dichiarato di arrivare alla prima IGT “Costa degli Dei” – è il primo vero segnale di consapevolezza collettiva. Non un marchio, ma un tentativo di costruire una grammatica comune, un disciplinare, un orizzonte condiviso. Un territorio che si guarda allo specchio per la prima volta e prova a nominarsi.

Quello che colpisce, parlando con i produttori, è la voglia quasi fisica di uscire allo scoperto. Non più solo olio, cipolle, agrumi, conserve: il vino diventa il prodotto simbolo, quello che porta il racconto fuori dai confini locali. Ma senza una scuola storica alle spalle, si impara osservando: si guarda cosa fanno i colleghi, si studiano i modelli del Nord, dell’Etna, delle Langhe, della Loira. È un apprendimento per imitazione, come una scuola guida: nessuno nasce pilota, ma tutti iniziano finalmente a fare pratica.

Un altro elemento ricorrente è la scelta della bolla come vino d’ingresso. Metodo classico, ancestrale, rifermentazioni varie: quasi tutti propongono una bollicina. Non è Prosecco, non è Trento, non è Champagne. È la bolla del mio territorio. Funziona come porta narrativa: mentre si beve qualcosa di fresco e immediato, si inizia a parlare di vigne, di suoli, di vento, di mare.

C’è sperimentazione, apertura alle nuove tendenze, voglia di sorprendere. A volte con risultati ancora acerbi, a volte già convincenti. Ma al di là delle tecniche, il vero protagonista resta un vitigno: il Magliocco – canino, dolce, comunque declinato. Un’uva a bacca rossa estremamente performante, capace di dare vini identitari, profondi, riconoscibili. Se questo territorio lascerà un segno, non sarà per moda, ma per questo vitigno.

Le storie individuali – da Cantine Artese a Masicei, da Casa Comerci alle nuove generazioni – raccontano un movimento più grande: piccole aziende, spesso familiari, che stanno passando dalla dimensione agricola a quella culturale. Dalla produzione alla visione.

La vera sfida non è tecnica, ma politica in senso alto: stare insieme. Senza un progetto collettivo, senza una denominazione, senza una narrazione comune, queste realtà restano isole belle ma mute. Con l’associazione, invece, il Vibonese smette di chiedere riconoscimento e inizia a costruirlo.

Questo tratto di Calabria tirrenica, compreso tra Pizzo e Nicotera, è stato a lungo periferia narrativa prima ancora che produttiva. Eppure la Costa degli Dei possiede una conformazione precisa: suoli argillosi e calcarei alternati, esposizioni marine costanti, escursioni termiche leggere ma presenti. Non è un territorio neutro, è un territorio in attesa di interpretazione.

La differenza non sta nell’assenza di materia, ma nell’assenza di una codifica. È qui che oggi si gioca la partita: trasformare un insieme di condizioni naturali in linguaggio condiviso. Se questo processo riuscirà, la Costa degli Dei non sarà più un’indicazione geografica evocativa, ma un’identità riconoscibile.

Qui il vino non nasce da una storia: nasce da un vuoto.


Ed è proprio questo vuoto, oggi, la sua forza più interessante.


Agnes Futa

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