Brunello 1996. Il valore di essere rimasti se stessi

Brunello di Montalcino 1996, Canalicchio di Sopra – Le Gode di Montosoli. Foto Agnes Futa, 2026.

Quando il vino attraversa il tempo senza perdere la propria identità

Ci sono vini che, a distanza di molti anni, non sorprendono perché sono sopravvissuti. Sorprendono perché sono rimasti se stessi.
Questo Brunello di Montalcino 1996 mi ha restituito esattamente questa sensazione. L’ho ritrovato come ricordavo il Brunello di molti anni fa: presente, leggiadro, riconoscibile, senza quella necessità di dimostrare forza che ha attraversato una parte importante del vino italiano negli anni Novanta.
Erano gli anni della concentrazione, dell’opulenza, della ricerca di una presenza sempre più marcata nel bicchiere. Anche molta Toscana ne fu coinvolta. A Montalcino, però, diverse aziende riuscirono a conservare una propria misura, resistendo almeno in parte alle influenze stilistiche provenienti dalla critica, dai mercati e dagli importatori.
Questa bottiglia appartiene proprio a quella storia. È un Brunello di Montalcino 1996 di Canalicchio di Sopra – Le Gode di Montosoli. Le due denominazioni che compaiono sull’etichetta rimandano a due proprietà riunite alla fine degli anni Ottanta: Canalicchio di Sopra e Le Gode di Montosoli.
C’è poi una coincidenza che oggi trovo particolarmente significativa. Una testimonianza critica dell’epoca, riferita proprio al 1996, ne individuava già l’eleganza e l’equilibrio, collocandolo nell’alveo di un’impostazione tradizionale. Trent’anni dopo, senza cercare quelle parole e senza dover confermare un giudizio passato, nel bicchiere ho ritrovato sostanzialmente la stessa identità: presenza, leggiadria, misura.
Ed è forse proprio questa la cosa che oggi mi interessa di più: il vino non corrotto dalle influenze esterne. Non nel senso di un vino immobile o incapace di evolvere, ma di un vino che cambia perché il tempo, il territorio e il lavoro dell’uomo lo fanno cambiare; non perché deve diventare qualcosa di diverso per piacere agli altri.
Rimanere se stessi non significa rimanere fermi.
Significa avere un’identità abbastanza forte da potersi trasformare senza perderla.
Questo Brunello del 1996, dopo trent’anni, era ancora lì. Vivo, presente, capace di parlare senza alzare la voce. Ed è proprio in vini di questa natura che ritrovo una delle ragioni per cui il vino può ancora impreziosire la nostra vita.
Non c’è bisogno di attribuirgli trascendenze o significati filosofici che non gli appartengono. Un grande vino può fare qualcosa di molto più semplice e concreto: instaurare una relazione.
Una relazione fatta di curiosità, rispetto, memoria e, qualche volta, persino di amicizia. Perché un vino che non cerca di imporsi permette a chi lo beve di avvicinarsi, di interrogarlo, di riconoscerlo nel tempo.
Il rapporto con il vino non è fatto soltanto di degustazioni, punteggi, lezioni e insegnamenti. È fatto di vita vera e propria.
E vivere un vino significa affiancarsi a esso attraverso noi stessi. Non necessariamente scomponendolo ogni volta attraverso vista, olfatto e gusto. Talvolta significa lasciare intervenire altro: il suono, il movimento del vino nel bicchiere, il gesto, il tempo, persino uno sguardo apparentemente distaccato.
È un modo diverso di interpretarlo: non soltanto attraverso ciò che i sensi riescono a classificare, ma attraverso ciò che siamo e ciò che abbiamo vissuto.
È qui che il rapporto con il vino entra in una dimensione estetica più ampia. Quella che vorrei approfondire altrove e che parte, in fondo, da un’affermazione molto semplice:
Io il vino non lo degusto. Lo vivo.
E c’è un limite inevitabile alle parole: finché un vino così non lo si è incontrato nel bicchiere, è difficile comprendere fino in fondo di che cosa stiamo parlando.
Forse è proprio questa la sua forza.
Non avere bisogno di diventare altro per avere qualcosa da dire.


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Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, a Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e forti pendenze, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa – Antenna-Vino.

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