Schioppettino. Fuori dai confini del già noto

Gigante Schioppettino 2013. Dal Friuli al Dodecaneso, una bottiglia che ha attraversato anni, caldo, strada e mare conservando agilità e carattere. Foto Agnes Futa, 2026.

Gigante, per me, è il Friulano.


Quel vino storico, quello che un tempo chiamavamo Tocai Friulano, rappresenta nella mia memoria una sorta di quadratura del cerchio: territorio, vitigno e interpretazione che arrivano a coincidere. Quando penso a Gigante, penso a quel vino.
Per questo trovarmi davanti a uno Schioppettino 2013 della stessa azienda ha avuto qualcosa di inatteso.
Lo Schioppettino appartiene a quella cerchia di vitigni che conservano ancora una dimensione fortemente territoriale e che, fuori dal Friuli, sono molto meno conosciuti. Anche le quantità prodotte sono limitate e le bottiglie non sono sempre facilmente reperibili. Un’esistenza quasi appartata, soprattutto se confrontata con quella dei vitigni che hanno conquistato una diffusione nazionale e internazionale.
E forse è anche questo a renderlo interessante.
Se dovessi ricondurre questo 2013 a un frutto, sarebbe uno di quelli più maturi, più compiuti, più vogliosi. Un frutto arrivato alla piena maturità senza trasformarsi in peso.
È un bel lavoro questo vino.
Ha agilità. Ha grinta. Conserva movimento. E soprattutto non stanca.
Riesce ad avere carattere senza appesantire il sorso, maturità senza sedersi, intensità senza diventare prepotente.
Ed è forse proprio questa agilità a sorprendermi dopo tanti anni. Non la longevità esibita come valore in sé, ma la capacità del vino di essere ancora presente, leggibile, mobile.
E a questo Schioppettino devo anche un piccolo ringraziamento. Ha viaggiato con me da Roma fino al Dodecaneso, affrontando caldo, spostamenti e ore di navigazione. Non proprio le condizioni che si immaginano per custodire gelosamente una bottiglia del 2013.
Eppure è arrivato fin qui con la sua vitalità intatta.
Quanto al movimento della nave, conservo una mia convinzione, forse più poetica che enologica: mi piace pensare che il lento cullare delle onde non faccia necessariamente male al vino. Questa bottiglia, almeno, sembra averlo attraversato senza perdere nulla di sé.
Ma c’è un’altra ragione per cui voglio raccontarla.
Vorrei che questo pensiero arrivasse soprattutto a chi non conosce lo Schioppettino, a chi non lo ha mai bevuto e forse non sa neppure della sua esistenza.
La cultura del vino non può rimanere confinata fra coloro che già conoscono nomi, territori e denominazioni. Divulgare significa anche andare incontro a chi vuole sapere, a chi è curioso, a chi desidera approfondire ma non sa ancora dove cercare.
Lo Schioppettino appartiene a quel patrimonio di vitigni italiani che, appena si esce dai territori nei quali sono nati, rischiano quasi di scomparire dalla nostra attenzione.
Ed è un peccato.
Perché è proprio ai margini dei nomi più celebrati che spesso rimane qualcosa da scoprire.
Non necessariamente attraverso una scheda ampelografica, un punteggio o una degustazione costruita per dimostrare qualcosa.
A volte basta aprire una bottiglia, versarla in un bicchiere e lasciarle il tempo di raccontarsi.
Questa lo ha fatto.
Con grinta. Senza stancare.


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Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, a Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e forti pendenze, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa – Antenna-Vino.

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