Per qualche anno ho avuto il negozio di vini nel quartiere Balduina di Roma. Il nome del posto - Enoteca Vino e Parole – evocava l’invito al dialogo costruttivo per chiunque avesse voglia di farlo, attraverso un confronto paritario e senza nessuna prevaricazione al meno da parte mia. Sono stata da sempre una fan della dialettica delle posizioni, mi piaceva conoscere l’opinione dell’altro in quanto essa costituiva un valido e fondamentale materiale che avrei preso in considerazione nel momento decisivo del proposta commerciale. L’opinione dell’altro che in sostanza era la sua idea sul vino basata prevalentemente su quelli già bevuti, ed è quella che era più fisiologica e sana, il guaio iniziava quando l’esperienza era il frutto del sentito dire, regali di vini mai aperti, le frasi prese in prestito dagli altri, ed in fondo la peggiore – ingessamento mentale prettamente soggettivo – una sorta di incultura dannosa per tutti.

Sradicare tale convincimento, caratterizzato da una ristretta conoscenza generale richiedeva un’intervento talentuoso vi assicuro, qualche volta, e non è stato sempre facile, per iniziare un percorso didattico perché in fondo si trattava dell’implementazione culturale, passavano i mesi. Le parole dovevano trasformarsi nei fatti, l’onestà e la correttezza che stavano alla base del rapporto con la seguente fiducia, consentivano all’enoteca di proseguire nel suo business, che per la natura si basa sulla vendita delle bottiglie. Sottolineo la parola vendita, che potrebbe sembrare un vocabolo crudo ed isolato, improntato nella mera azione del suo significato; per realizzarsi tale invece dovevano confluire diverse forze al suo interno, la conclusione di un’affare, anche se si è trattato di una singola bottiglia da tutti i giorni sotto i dieci euro, diventava una conquista preziosa, e lo era quasi tutte le volte e le prime volte nel caso della stesso vino, anche perché, la mia scelta dei vini era molto particolare e ricercata perciò non includeva le etichette comunemente conosciute.
Il salto di qualità consisteva nell’allargamento degli orizzonti, la conoscenza acquisita si rilevava in un beneficio sia per il cliente che per me, che proponevo i vini, come ai produttori, che con il loro onesto lavoro potevano dare una testimonianza al valore dei vini da loro prodotti. Grazie a questo scambio culturale che giovava a tutti quanti i soggetti coinvolti, diverse storie e tradizioni sono sopravvissute – trattandosi prevalentemente delle cantine di piccole e medie dimensioni. Il motore di tutto ciò era la parola giusta, fondata sulla verità e convalidata dai fatti autenticamente esistiti, in più la relazione che andava a crearsi contribuiva all’intimo sviluppo dei rapporti umani. Al centro di ogni azione c’era l’essere umano, e siccome le vendite dovevano essere utili a tutti, il meccanismo – conoscenza – fiducia – non poteva essere esposto a nessuna forma di contaminazione.

Clienti più difficili erano quelli da Forma Mentis Senza Esperienza, insomma quelli dal titolo di questo articolo, quasi sempre avanti con l’età, ponderati nella scelta e nella spesa |qui non c’è niente di male|, rigidi nelle convinzioni e privi di aperture alle novità |che spesso novità non lo erano perché prodotti da sempre in quel dato territorio magari sotto la denominazione o l’etichetta diversi| – però entravano in negozio. Convinti dell’inespugnabile esperienza nella materia vini, si accingevano nei discorsi spesso vani e privi di contenuto, per sgonfiarsi lentamente a fronte di vini semplicemente migliori: per la qualità ed il prezzo soprattutto. Nel momento, quando la scelta diventava reale, e hanno deciso di depennare dalla mente il vino che cercavano, che io non avevo e non avrei mai avuto, succedeva il miracolo che, consisteva nell’abolizione temporale o definitiva di quel prodotto, la totale fiducia nella mia capacità professionale e il rischio di accettare qualcosa di finora sconosciuto senza averlo mai assaggiato prima, essendo guidati appunto da me e dal proprio istinto.
Un cliente sotto il periodo natalizio dopo aver osservato il negozio compresa la vetrina sempre curiosa e molto curata tra l’altro per un tempo piuttosto lungo, varca la soglia dell’enoteca con una sostanziosa lista in mano domandandomi una nota marca di champagne che io non avevo. Tenevo 35 etichette di champagne e altrettanto di bollicine italiane alcune di lunga tradizione ma misconosciute a molti, è uscito con l’affare concluso. La scelta è caduta su uno spumante italiano affinato dieci anni sui lieviti, di qualità superiore e dal prezzo più conveniente, si trattava di una gran bottiglia di Soldati la Scolca Riserva D’Antan, ne avevo anche nella versione magnum e rosé oltre ad una vasta gamma di spumanti base della stessa azienda, che come invecchiamento sui lieviti superavano molte bollicine in commercio, per non parlare del prezzo assai vantaggioso. Dopo questo primo approccio, il cliente è ritornato sempre mandandomi inoltre diverse persone, la partita con lui era aperta e no si è mai chiusa, gli svariati complimenti che riceveva avvaloravano il nostro rapporto basato sulla fiducia e rispetto.
A volte il compito era ancora più arduo, le barriere da superare aumentavano nel momento quando di fronte al mio aspetto palesemente non romano alcuni, ma fortunatamente pochi, non si capacitavano del fatto che io fossi una persona esperta di vini e sapessi dell’Italia vinicola e non solo di più rispetto a loro. Talvolta ero desolata, non capivo l’ostacolo che in effetti non c’era, personalmente mi ritengo una cittadina del mondo, rispetto le diverse culture, anzi le cerco per arricchire la mia conoscenza e la seguente compressione versi gli altri. Fortunatamente erano pochi casi isolati come dicevo prima , che quasi sempre dopo i primi approcci iniziali svanivano nel tumulto del traffico cittadino. La cosa divertente che mi torna in mente è legata ad alcuni agenti di commercio che frequentavano Vino e Parole professionalmente e, non solo, qualcuno di loro era molto incastrato nella sua idea del vino, specialmente uno anziano, umanamente bravo e molto legato ai vini che vendeva, dopo qualche periodo è diventato un cliente habitué. Le sue scelte erano dettate dalla curiosità e voglia di conoscenza e non dalla furbizia come fanno alcuni rappresentati per compiacersi con te ed eventualmente spronati per un nuovo ordine. Anche in questo caso la mia missione dell’educazione al buon bere è andata al buon fine.
Ognuno nella propria vita e nel suo operato vorrebbe imporre la propria idea sulle scelte degli altri, vuoi perché crede di far bene, vuoi per la pura voglia del dominio che piace a molti oppure perché autenticamente crede che la propria esperienza potrebbe portare arricchimento prezioso alla vita.
Ecco, quest’ultima è l’idea che io ho sull’uomo onesto e sapiente. Il desiderio di migliorare se stessi con il contributo di chi ci circonda, apportando un contributo decisivo nel raggio della propria azione, si traduce nella crescita costruttiva di cui l’umanità ne ha bisogno e lo avrà per sempre. Estirpare una convinzione errata e dannosa che apporta il materiale per una Forma Mentis adombrata nel suo limite, è la missione di ciascuno che si rende consapevole della propria condizione limitante.
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