Skevofilax. Oltre Kos

Sakelaris Skevofilax — per gli amici, Saki — non pensa l’isola come un confine. Cerca connessioni.
Rodi, Santorini, Nisyros, il continente greco. Legge, osserva, domanda, confronta. È un’attitudine che viene da lontano, dalla gavetta fatta prima di costruire la propria cantina e dalla necessità di capire il vino non come esercizio isolato, ma come parte di una geografia più grande.
Da Kos cerca il mondo, senza perdere Kos. Vuole comunicare la cultura e la tradizione della propria isola, ma senza trasformarle in folklore. Lo fa con naturalezza, con una curiosità concreta e con un investimento personale, lavorativo ed economico che si percepisce in ogni parte del progetto.
È forse questo che mi ha colpito prima ancora dei vini: la serenità con cui guarda fuori e, nello stesso tempo, costruisce casa.
21 agosto. Vendemmia
Arrivo da Skevofilax il 21 agosto. La vendemmia è in corso.
Non è il momento più comodo per ricevere qualcuno. Ed è forse il momento migliore per capire una cantina.
Sakelaris lavora. Si muove tra uve, persone, decisioni. Ma trova tempo. Spiega. Ascolta. Torna indietro quando una domanda ne apre un’altra.
Non mette in scena la cantina. Mostra quello che c’è.
La sua disponibilità mi colpisce subito. Non soltanto per il tempo che mi dedica. Per il modo. La curiosità non è a senso unico.
È una qualità che ritroverò continuamente nel suo lavoro.
Prima imparare
Prima di costruire la propria azienda, Sakelaris esce dall’isola.
Passa alcuni mesi a Ktima Alfa, nel nord della Grecia. Poi torna a Kos e lavora sette anni da Akrani.
Nel 2009 mette a dimora i primi vigneti propri.
La sequenza conta.
Prima imparare. Poi rischiare.
Anche le varietà raccontano il percorso. All’inizio c’è maggiore spazio per i vitigni internazionali. Con il tempo l’attenzione si sposta sempre più verso le uve greche e verso quelle capaci di raccontare l’Egeo.
Non è una conversione ideologica.
È esperienza.
Più conosci un luogo, meno hai bisogno di renderlo simile agli altri.
Skevos
Dietro il progetto c’è anche suo padre, Skevos.
Pescatore.
Quando il figlio decide di fare vino, lo sostiene. Aiuta nell’acquisto dei vigneti, nella costruzione della cantina, nel lavoro. Presenza concreta, non decorativa.
La sera in cui torno da Skevofilax questa storia non ha bisogno di essere raccontata.
La vedo.
Sakelaris e suo padre stanno preparando i mezzi e le cassette per la raccolta del mattino successivo. Controllano. Sistemano. Legano.
Domani si ricomincia presto.
Poi Skevos se ne va.
È una scena piccola. Per me dice quasi tutto.
Sopra la cantina
Sopra, intanto, comincia un altro lavoro.
Sua moglie è in cucina. Sakelaris passa tra i tavoli, serve i vini, parla con le persone.
Di giorno arrivano visitatori e turisti. La sera arrivano anche molti greci. Persone dell’isola. Gruppi di amici. Famiglie.
In scala molto più piccola, il luogo mi ricorda alcune aziende sudafricane dove la cantina non finisce con la degustazione. Si mangia, si resta, il vino entra nella vita del posto.
Qui però tutto è più raccolto.
Più greco.
Le bottiglie si aprono. I tavoli si riempiono. Le persone tornano.
Skevofilax non vive soltanto dello sguardo di chi arriva da fuori. L’isola stessa ha cominciato ad abitare questo luogo.
Vini con un sottostante
La degustazione non è banale.
Non voglio trasformarla in una fila di bottiglie e punteggi. Direbbe meno di quello che ho visto.
I vini hanno un sottostante, per prendere in prestito una parola dalla finanza.
Sotto c’è qualcosa.
Assyrtiko. Malagousia. Varietà locali. Macerazioni. Resina. Vini diversi, ma con una direzione.
Anche la cantina racconta questa fase di ricerca: legni, recipienti differenti, cemento rivestito, vasche di dimensioni diverse. Non una collezione di strumenti. Possibilità.
Sakelaris vuole poter provare.
E questo mi interessa più della perfezione.
Tra i vini, la Pine Ritinitis merita attenzione. È una Retsina da Assyrtiko; una fonte che ha visitato la cantina riporta l’uso di resina di pino proveniente dalla Calcidica, aggiunta al mosto per dieci giorni. Il vino è entrato anche nella selezione Great Greek Wines 2025.
La resina, qui, non è caricatura.
Non serve a gridare “Grecia”.
Entra con misura dentro il vino.
E forse è proprio questo il modo giusto di trattare una tradizione: non conservarla sotto vetro, ma verificare se ha ancora qualcosa da dire.
Le isole non finiscono sulla carta
Sakelaris parla di Santorini.
Parla di Rodi.
Parla di Nisyros.
Parla del continente.
Non cerca modelli da copiare. Cerca relazioni.
Il Mavrothiriko riporta verso Nisyros. L’Athiri apre il discorso su Rodi e sulle vecchie vigne. L’Assyrtiko rende inevitabile il confronto con Santorini.
Le isole sembrano separate sulla carta.
Nel vino lo sono molto meno.
Per secoli uomini, piante, merci e conoscenze hanno attraversato l’Egeo senza preoccuparsi dei confini amministrativi con cui oggi ordiniamo le denominazioni.
Per capire Kos, Sakelaris guarda anche altrove.
Non per diventare qualcun altro.
Per capire meglio dove si trova.
Un territorio ancora da costruire
Kos ha vigne. Ha produttori. Ha una storia del vino molto più lunga delle aziende moderne che oggi imbottigliano.
Quello che sembra mancare ancora è una voce comune abbastanza forte da trasformare le singole realtà in un sistema riconoscibile.
Le aziende esistono.
Il territorio condiviso deve ancora consolidarsi.
Ed è forse proprio qui che l’apertura di Sakelaris assume un significato.
Invece di chiudere la cantina, la mette in relazione.
Con le altre isole. Con altre esperienze. Con chi arriva. Con chi vive a Kos.
Oltre Kos
Sono tornata da Skevofilax anche la sera.
La giornata era già stata lunga. Vendemmia, preparativi, cucina, tavoli, bottiglie, persone.
Eppure Sakelaris non aveva finito.
A un certo punto mi porta di nuovo in cantina. Vuole farmi assaggiare ancora qualcosa. Poi sale sulla scaletta e mi fa avvicinare a una vasca.
Dentro, il vino fermenta da tre giorni.
La Malagousia ribolle.
Non serve spiegare molto. Si sente.
Un suono fitto, vivo, quasi regolare. Il vino che lavora.
Lo abbiamo anche registrato.
Forse è questa l’immagine che mi resta più di tutte: non una bottiglia finita, non una degustazione composta, ma un uomo che, dopo un’intera giornata, vuole ancora mostrarti un vino mentre nasce.
Skevofilax è ancora un progetto in movimento.
E forse è proprio questo il suo punto di forza.
Da Kos guarda fuori.
Ma continua ad ascoltare ciò che fermenta dentro.

Radici continuerà a Creta, Santorini e in altri territori del Mediterraneo, documentando vigne a piede franco, paesaggi e comunità che le custodiscono.
È un progetto di ricerca indipendente, costruito sul campo, passo dopo passo.
Se riconosci valore in questo lavoro, puoi contribuire a renderne possibile la continuità.
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Agnes Futa
Antenna-Vino
Il vino come atto culturale
Radici — Viaggio tra le vigne sopravvissute del Mediterraneo



