Il vino è la cultura, e la cultura nei paesi costituzionalmente democratici dovrebbe appartenere a tutti, grazie a un processo di apprendimento lento e graduale. Questo concetto è fondamentale per comprendere come le tradizioni e le conoscenze legate al vino possano fruire nel consumo stesso.

di Agnes Futa

25 novembre 2024


Dico lento e graduale in quanto l’acquisizione delle nuove conoscenze richiede soprattutto il tempo, ma anche regolare assiduità di approfondimento. Questo significa che è essenziale dedicarsi con energia non solo a studiare il vino in sé, come le varietà, le tecniche di vinificazione e la degustazione, ma anche a esplorare il contesto culturale in cui esso si inserisce.

In questo modo, si favorisce un apprezzamento più ampio e profondo che va oltre il semplice atto di bere. Ciò include la comprensione delle storie e delle tradizioni che si intrecciano con il vino in diverse regioni, la sostenibilità delle pratiche vinicole e l’impatto del vino sulla società e sull’economia locale. Un approccio educativo che incoraggia l’esplorazione lenta e coscienziosa delle tradizioni legate al vino non solo promuove il rispetto per le pratiche artigianali, ma crea anche un legame più forte con la comunità.

Un’esperienza culturale del vino dovrebbe essere vista come un viaggio che si compie nell’insieme, un viaggio che non solo arricchisce il palato, ma anche la mente e il cuore di chi vi partecipa.

Volendo fare uno spaccato culturale, mi limiterei a soffermarmi sul periodo successivo alla conclusione del secondo conflitto mondiale, che mi sembra sufficiente per comprendere le trasformazioni sociali e politiche avvenute in quel frangente. Questo periodo, infatti, rappresenta un momento cruciale nella storia, caratterizzato da una forte tensione tra ideologie e un profondo desiderio di ricostruzione. La società si trovava a dover fare i conti con le conseguenze devastanti della guerra, mentre emergenti movimenti culturali cercavano di ripristinare l’identità nazionale e promuovere una nuova visione del futuro. I giovani, in particolare, si inserivano in un contesto di speranza e innovazione, contribuendo così a dare forma a una nuova epoca, alla ricerca di un equilibrio tra tradizione e modernità.

In quei anni il vino rappresentava l’alimento e quasi in tutte le case italiane era presente a tavola durante i pasti; esso contribuiva in modo significativo all’apporto di calorie quotidiano, utile e necessario per molti. Ne esistevano pochi in bottiglia, il fiasco chiantigiano, pertanto padroneggiava lo sfuso come le produzioni a livello familiare – il famoso vino del contadino che era spesso caratterizzato da sapori unici e autentici, frutto di una tradizione secolare. Successivamente, nei territori di lunga tradizione vinicola come Toscana, Piemonte e parzialmente Sicilia, sono partite le produzioni del vino imbottigliato, munito di un’etichetta che, sebbene fosse essenziale, era pur sempre indicativa della qualità e della tipicità del prodotto. Il consumo pro capite in quei anni era quattro volte più alto di quello odierno, che si attesta nell’anno 2023 al 27,8 litri, un riflesso dei cambiamenti nei gusti e nelle abitudini alimentari, nonché dell’evoluzione della cultura del vino in Italia.

Il 3 gennaio del 1954 inizia il servizio regolare della televisione italiana, fatto straordinario che avrà un ruolo centrale nella divulgazione della cultura di quegli anni in Italia. Il Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini di Mario Soldati arriva fin nei borghi di duemila anime, facendo scoprire un’infinità di ricchezze regionali, di cui il vino si ricava un posto di primaria importanza. Soldati, una figura chiave nella storia culturale del Novecento italiano, riuscirà a consolidare l’interesse sul vino, svelando sia agli ascoltatori sia ai lettori, successivamente grazie alle pagine di Vino al Vino, il vero valore della realtà vitivinicola italiana. Percorre la campagna italiana a più riprese negli anni ’68 – ’75 con lo scopo di far conoscere al pubblico un mondo che già all’epoca cominciava a scomparire. La conformazione del territorio italiano riflette un’enormità di vitigni che ci dimorano, aspetto da non sottovalutare, in quanto sarà quello in parte a salvare l’Italia dalla industrializzazione vinicola, dando voce alle varietà autoctone – se ne contano circa cinquecento. Tale varietà dei vitigni rende complessa la faccenda, la confusione regna e non tutti i produttori hanno la forza economica e l’estro di proporsi sul mercato; di fronte a questo scenario, è fondamentale che le piccole e medie imprese trovino strategie innovative e collaborazioni che possano aiutarli a emergere, affinché possano navigare tra le sfide del settore e competere efficacemente con i grandi marchi, senza perdere la loro identità e il valore del loro prodotto. Appunto il valore del prodotto che consta in più fattori, la Censis in una recente ricerca ne ha contati otto, per la maggior parte dei consumatori odierni la qualità del vino è il massimo valore, ma anche l’ambiente da dove proviene e la sua storia; la somma di questi requisiti corrisponde al prezzo fatto del mercato, tuttavia, l’aspetto economico negli ultimi tempi (vedi periodo durante e post Covid) non ha permesso ad accostarsi all’acquisto del vino, creando una distanza sempre più marcata tra la produzione di alta qualità e le capacità di spesa dei consumatori, che spesso si trovano a dover limitare le loro scelte in favore di opzioni più economiche, il che impone ai produttori di ripensare la propria strategia di marketing e di promozione, cercando di comunicare in modo più efficace l’unicità e l’autenticità del loro vino, per poter attrarre un pubblico sempre più attento e consapevole delle proprie scelte di consumo.

Ai tempi di oggi rispetto a quelli di Mario Soldati, dove il vino pur nella chiave culturale era introdotto nella società in modo più fisiologico e naturale, assistiamo ad una sorta di esteriorizzazione, il vino vive nel suo mondo, autonomo e distaccato, ahimè spesso sterile e autoreferenziale. Questa situazione ha portato alla creazione di un linguaggio del vino che, sebbene richieda competenze specifiche e una buona dose di passione, tende a escludere chi non è iniziato a tale mondo. La commistione naturale di persone, storie, tradizioni, rituali è andata scomparendo, sostituita da un contesto in cui il vino è diventato un prodotto da consumare piuttosto che un’esperienza da condividere. La società odierna si divide tra quelli appartenenti agli ambienti dove si parla di vino e dove si beve e degusta, e quelle persone non coinvolte direttamente che cercano di trovare una soluzione all’occorrenza, basandosi sull’esperienza personale pregressa e dei suoi famigliari. Quest’assenza di interazione e dialogo ha creato delle barriere invisibili ma potenti, facendo sì che molti perdano l’opportunità di esplorare la ricchezza e la complessità del vino, relegandolo a un mero status symbol invece che a un veicolo di convivialità e cultura.


S tratta sempre pur di una bottiglia di vino che, a volte, essendo esaltata nell’estremo della descrizione, nei modi di servizio ed infine nell’importanza che le è stata assegnata, snaturava il suo effettivo essere e la sua essenza autentica. Il passare degli decenni non ha seguito una vera evoluzione migliorativa, allargando il raggio di azione sulle persone in maniera regolarmente distribuita; bensì ha portato alla generazione di macro bolle chiuse, spesso nella vana superbia del sapere, dove le conversazioni sui vini si incentrano più su etichette di prestigio che non sulla sostanza e sul gusto. Inoltre, porgo un altro a mio avviso rilevante quesito: spesso si pensa che per bere bene di qualità bisogna spendere parecchio denaro. Nulla di tutto ciò; esistono infatti una miriade di vini, non esclusivamente in Italia ma anche nel mondo, ai prezzi popolari ed accessibili del tutto, che possono regalare esperienze sensoriali straordinarie senza svuotare il portafoglio. Questi vini, spesso trascurati, meritano di essere scoperti e apprezzati, rivelando una profonda cultura enologica che sfida i pregiudizi e invita a un vero e proprio viaggio attraverso i sapori e le tradizioni locali, facendoci capire che il valore di un vino non si misura unicamente in base al costo, ma anche alla storia e alla passione che lo accompagnano.

La vera cultura del vino è proprio quella che ti mette di fronte a una scelta libera e consapevole, che scaturisce a sua volta da una volontà di apprendimento e conoscenza; ed è la via maestra per rendersi autonomi nell’acquisizione materiale di varie tipologie di vino con un valore autentico assegnatogli a priori. Purtroppo esistono situazioni in cui si pensa di risolvere il tutto con il denaro; acquistare etichette blasonate quotate a tre o quattro cifre non è l’unico modo per acquisire la cultura del vino, come pensano in molti.

Del resto, ritornando all’umile lavoro fatto da Soldati in un’epoca così delicata e traballante per certi sensi, ed in più ancora alla ricerca della vera identità; sono emersi i messaggi di una semplicità disarmante. Il vino che non è mai un protagonista vive nel contesto della condivisione tra la natura, l’uomo e la società, non porta gli abiti griffati e se qualcuno lo desiderasse integrare nella propria esistenza, non c’erano gli evidenti ostacoli. Mario Soldati parla di storie delle persone che fanno il vino, sono tanti vini, e la maggior parte di loro sono vini semplici e di piccole produzioni accessibili, a chi lo volesse. Dopo di lui la comunicazione con il linguaggio semplice e comprensibile sarà trasmesso da Luigi Veronelli, che con il fil rouge in comune racconterà l’Italia del vino di vigne autentiche e dei vitigni minori, una testimonianza valida che fa riflettere sul suo vero valore nel Repertorio dei Vini Italiani pubblicato nel 1990.

Il vino ha bisogno di essere bevuto in maniera responsabile da tutti e senza inutili enfatizzazioni che portano solamente a un isolamento sociale dannoso. È un frutto della terra e, come tanti altri, va rispettato per questo, come va rispettato il lavoro a lui dedicato.

La vera non cultura sta nel seguire il trend o la moda del momento, circondandosi spesso da vini anonimi e alquanto dispendiosi; il fenomeno dell’egocentrismo sempre più diffuso nella società odierna porta inevitabilmente alla nascita delle condizioni in cui il vino è troppo esaltato, creando un ambiente poco propenso alla scoperta e alla valorizzazione delle etichette meno conosciute, ma altrettanto meritevoli. Non si tratta solo di evitare le mode passeggere, ma di riscoprire l’autenticità e le storie che ogni bottiglia può raccontare; in questo modo, la direzione non è solo quella giusta, ma si apre anche a un mondo di gusti e tradizioni che meritano di essere esplorati, arricchendo così l’esperienza del degustatore e rendendo ogni calice un’opportunità per un viaggio culturale.

Fine

Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, a Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e forti pendenze, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa – Antenna-Vino.

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