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PUBBLICATO Martedì 5- 08 -2025

Il Grand Cru di Corfù: L’Oslavia che non ti aspetti

Scherzosamente lo definisco con un nome altolocato e destinato inesorabilmente alle categorie altisonanti dell’enologia europea – Grand Cru du Corfù; un vino bianco offertomi da Γιάννης – Giovanni in italiano – che così spontaneamente mi ha fatto conoscere la sua piccola vigna senza nome né particolare filosofia di conduzione. Eppure, questo “Grand Cru di Corfù” fa quasi rima e mi fa sorridere, ahimè, di quante dietrologie ci siano talvolta, e dove non ci sono, per ottenere lo stesso risultato.

Il vino è di una nuance arancio carico e brillante, direi come l’orange per definirlo nella concezione più classica, in quanto pure nel gusto riporta alla suddetta concezione. Non solo di bocca assomiglia a quella tipologia che in quel di Oslavia, nonché nella frazione Lenzuolo Bianco, trae la sua origine, culla dei vini macerati  insomma per antonomasia. E mentre lo scaltro contadino si misurava nelle mie impressioni primarie, il vino comunicava con un linguaggio diretto e alquanto coinvolgente; la sua prosa cadenzata sulle rime dilatate mi ha messo da subito sul sentiero degli oranges, anche se non amo definirli in tale modo.

Il ricordo della bevuta riconduce ai più rinomati nomi oslaviani; “io non ci metto nulla”, sottolinea Yiannis, ignaro del tesoro che si trova tra le mani. Calmo, genuino e dalle intenzioni pure, come il suo vino, l’uomo si allontana pacificamente con la speranza di imbastire una parentesi all’indomani. Ma il bicchiere sta parlando in allegorie; Grand Cru di Corfù e la “Oslaviana Visione” si addicono secondo lo schema dell’allusione fuorviante dal mero contesto della logica. Al Grand Cru di Corfù manca semplicemente il tempo che si investe per farsi conoscere, come accade nel caso dei vini sostenuti da grandi idee e originali pensieri. Dietro i ragionamenti ardui, quando le cose prendono forma intrise di una solida dose di pathos, anche il soggetto in questione assumerà tale grandiosa dimensione. Al Grand Cru di Corfù, privo di questo ben congenito controllo, rimane una condizione sola: mostrarsi in quello che è. Esibirsi con un’identità senza nome ma ben presente, senza un iter di tattiche comunicative, senza i punti dove porre accento per far capire che quel vino è il frutto di un’idea vincente e per questo è buono come il pane; un oggetto di ammirazione collettiva, una bontà universale. Che risate! Esistere senza enfatizzare il proprio essere, finché un giorno qualcuno inizia a chiamarti con un nome preciso; perché come in una famosa scena del film che conosciamo quasi tutti: [….perché tu hai un nome?]


Un’analogia che va oltre il gusto


Il pensiero che sorge è un monito, un’osservazione profonda: le cose si somigliano per assurdo, fino a diventarne quasi uguali. Le analogie che sono emerse tra i vini del goriziano, patria italiana dei naturalisti e maceratisti (neologismo de facto), con un vino anonimo (ancora ad oggi!) Grand Cru di Corfù, da me volutamente definito per mettere una puntina di sano sarcasmo in quella sua velata identità, che non vede l’ora di sorgere come l’alba di una giornata  che vedrà molto sole. E se mettessi in una bottiglia anonima il bianco senza nome e in un’altra uno degli oslaviani di riferimento, quale sarebbe l’effetto oggettivo? Per adesso, visto il passato che vede nei suoi ripetuti assaggi il fondamento di una solida esperienza, troverei, come già è accaduto nel passato delle simpatiche somiglianze! Fraternizzare sì, purché ci sia onestà di fondo, come del resto si spera.

Questa onestà si riflette nella filosofia di produttori come Stanko Radikon, che nelle sue trentasei vendemmie ha dedicato cuore, conoscenza e vita alla produzione di vini naturali. Il vino di Yiannis, con le uve oggi non ben identificate, domani potrà essere menzionato con un nome preciso e dettagliato – Vitalades Kakotrigis Kostas oppure Vitalades Robola Kostas (dove Vitalades è il nome del luogo, seguito dal vitigno e dal presunto cognome del produttore). Un vino macerato naturale, prodotto senza aggiunta di anidride solforosa, proprio come nella visione di Radikon.

Tuttavia, sorge un timore: che questa categoria di vini macerati, divenuta ormai un trend, rischi di snaturare il suo vero significato, trasformandosi in un mero status symbol.


Il futuro nel calice


Se ci vogliono alcuni decenni per dar voce a un vino, il Grand Cru di Corfù ha la carta bianca nel collocarsi sulla scena dell’enologia europea. Nel calice pieno, ma soprattutto in quello vuoto, come qualcuno un giorno intelligentemente ha fatto notare, i senatori fuoriescono in caduta libera. Come spesso accade in un inizio in sordina, le note più acute e quelle più accese aspettano il loro caloroso rientro in scena. Il via allo sipario per concedere uno scenario di avvolgente stratificazione di misurata potenza, vibrante freschezza, un tuffo nella gola che ritorna gagliardo e omologato alla bontà condivisa da tutte le componenti. La pesca gialla matura e i fiori di tiglio sono i due protagonisti indiscussi; un accento orientale rivolto all’estremo est e i richiami di precisa macchia mediterranea non si fanno attendere; fuoriescono in minuziosa esibizione dai ritmi cadenzati, e la volta di alloro in diverse sfumature, l’eucalipto, un ramo di rosmarino a contornare la sfilata.

L’assaggio è asciutto e non di meno impegnativo; l’estratto secco deve essere alto, indice di una seria concentrazione, le uve mature per bene, e perché no, una lavorazione coscienziosa. Vado a immaginarmi il Grand Cru di Corfù nel prossimo futuro in un Wine Bar di Greenwich a New York, oppure a Le Marais in quel di Parigi, dove tutto si amplifica nella propria valenza e soprattutto culturale. Lo vedrei anche in una Kiev liberata, come nella Mosca ripacificata, dove le persone hanno il diritto di godersi un’ombra de vin, come direbbero a Venezia!


ISOLA DI CORFÙ|Vino Bianco senza etichetta 2024|AGOSTO  2025|FOTOGRAFIA AGNES FUTA, ANTENNAVINO ITALIA

Agnes Futa


Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, a Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e forti pendenze, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa – Antenna-Vino.

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