PUBBLICATO 1 gennaio 2026

Roma e il Lazio: una vicinanza che non si ascolta

Metodo, prossimità e responsabilità culturale

L’inizio di un nuovo anno non azzera ciò che viene prima. Porta con sé domande rimaste aperte, responsabilità rimandate, sguardi che chiedono di essere affinati. Scrivere oggi significa scegliere da dove guardare.

Roma non è soltanto una capitale nazionale. È una città centrale nel senso pieno del termine: simbolico, storico, culturale. La sua centralità supera i confini della Repubblica italiana e continua a esercitare un’influenza nello spazio europeo e nel mondo. È una città che concentra storia, immaginario, potere di attrazione e che, proprio per questo, porta con sé una responsabilità più ampia: quella di saper riflettere ciò che la circonda.

Roma non è una forma astratta. Prende corpo anche attraverso il territorio che la sostiene. Le colline, le campagne, il cibo, il vino hanno contribuito nei secoli a darle sostanza. Non esiste Roma senza il Lazio che la circonda, senza quel sistema agricolo e culturale che ne ha accompagnato la crescita e l’identità.

Eppure, nella vita quotidiana della città, questa vicinanza raramente si percepisce. Questo non è un discorso ideologico né astratto: è un dato osservabile empiricamente. Basta guardare le carte dei vini, i luoghi della ristorazione, gli spazi del consumo consapevole. Il vino laziale è presente, ma raramente protagonista naturale. Non disturba, non impone un’identità, ma proprio per questo spesso non viene nemmeno ascoltato. È una presenza silenziosa, di seconda scelta, mai centrale.

Roma, pur essendo circondata da una regione vitivinicola articolata e storicamente rilevante, non sembra ancora riconoscerla come parte integrante della propria identità enogastronomica. A differenza di altre città italiane, dove il legame con il territorio è immediatamente leggibile e condiviso, qui il rapporto tra città e campagna resta fragile, discontinuo, poco dichiarato.

Il Lazio custodisce una complessità viticola che pochi territori italiani possono vantare, spesso poco conosciuta anche dagli addetti ai lavori. Accanto alla Malvasia Puntinata e alle diverse malvasie locali, al Moscato Giallo, esistono varietà che raccontano una storia agricola profonda e stratificata. La Passerina, il Pamparano, antico vitigno autoctono a bacca bianca delle colline frusinati, testimoniano un patrimonio che resiste lontano dai riflettori. A questo si aggiungono le espressioni delle isole Pontine, dove vitigni come la Biancolella, capace qui di declinazioni proprie, danno vita a vini di sorprendente personalità.
Questi sono solo alcuni esempi di un patrimonio molto più ampio, che attraversa l’intero territorio regionale.

In questo quadro, il Cesanese rappresenta il vitigno a bacca rossa più importante del Lazio, ma anche uno dei meno pienamente esplorati nelle sue possibilità evolutive. Le superfici coltivate sono limitate e concentrate in aree collinari ben definite della provincia di Frosinone, come Piglio, Affile, Serrone, Acuto, Anagni e Paliano. Proprio questa dimensione contenuta, unita a una frammentazione produttiva storica, ha contribuito a rallentare una lettura completa del suo potenziale. Non si tratta di un limite varietale, ma di una questione di investimenti, visione e continuità. Il Cesanese è un vitigno autoctono fondamentale, capace di risultati importanti, che richiede oggi attenzione e lavoro per essere compreso fino in fondo.

Il vino laziale resta spesso intrappolato in una doppia distorsione: da un lato il prezzo basso che banalizza, dall’altro il prezzo alto che esclude. In entrambi i casi, il senso si perde. Il vino diventa merce, non più espressione di una civiltà agricola che ha accompagnato la vita comunitaria fin dalle origini.

Scrivere di vino oggi non è un atto neutro. È una scelta. Significa decidere se contribuire alla semplificazione o alla comprensione, se alimentare l’oblio o restituire attenzione. Chiarire le idee è il primo passo per permettere a una regione di trasparire davvero.

Dare maggiore voce al Lazio nella città di Roma non è un gesto simbolico, ma una scelta culturale concreta. Significa riconoscere ciò che già esiste, senza forzature né retorica. Significa dare ascolto a vini che non chiedono di essere imposti, ma compresi. Vini che meritano attenzione per valore intrinseco e per piacere di beva, non per appartenenza geografica.

Questo testo non chiude un discorso. Lo prepara. È un passaggio necessario per un’esplorazione più approfondita del territorio, che richiederà osservazione diretta, incontri, verifica sul campo. Roma, per la sua centralità, può scegliere se continuare ad assorbire o iniziare a riflettere ciò che la circonda. In questa scelta si misura anche la responsabilità di chi racconta, di chi propone, di chi decide.


Agnes Futa


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Vecchia vite di Liatiko a piede franco nel vigneto della famiglia Zoumberakis, a Kali Sykia (Rethymno, Creta). Tra rocce, scisto e forti pendenze, la pianta continua a raccontare il profondo legame tra ambiente e viticoltura mediterranea. Foto © Agnes Futa – Antenna-Vino.

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